Sulla gioventù

Secondo i termini della legge federale sulla promozione della ginnastica e dello sport del 17 marzo 1972, seguita dalle sue varie ordinanze di applicazione, «Gioventù e Sport» è inizialmente un’istituzione dedicata ai «giovani».

Incoraggia la pratica sportiva per ragazze e ragazzi tra i 14 e i 20 anni, cioè durante i sei anni che precedono il raggiungimento della maggiore età politica. In effetti, all’inizio degli anni ’70, nonostante le prime rivendicazioni sorte nel quadro dei movimenti della primavera del 1968, la maggiore età era ancora fissata a 20 anni. Inizialmente respinto in votazione popolare, l’abbassamento della maggiore età a 18 anni a livello federale è avvenuto in due tappe, nel 1991 (diritti politici) e nel 1996 (responsabilità civile).
Concetto ancora relativamente vago all’inizio del XX secolo, quando si era o bambini o adulti, la gioventù è diventata una categoria sociale più autonoma nel contesto del boom economico e politico del secondo dopoguerra, durante i Trenta gloriosi. Sotto l’impulso di una dinamica sociale potente e unica nella storia, i giovani approfittano dello sviluppo di una nuova cultura del consumo per conquistare autonomia. Vari mercati (musica, abbigliamento, tempo libero) diventano delle opportunità per sviluppare un’offerta specifica. Pensiamo ai primi successi internazionali di gruppi musicali come i Beatles o a capi di abbigliamento come la minigonna. Occorre sottolineare che di fatto, all’epoca, oltre ad essere dei nuovi mercati questi consumi sono anche un modo per distinguersi dalla generazione precedente e quindi dai propri genitori. Inoltre, questi consumi – in modo alquanto unico all’epoca – spesso superano le divisioni sociali o spaziali, riunendo i giovani al di là delle loro origini sociali e geografiche.

Nel 1978 è stata creata la Commissione federale per la gioventù. È stato il primo organismo a livello nazionale realmente dedicato ai giovani. E in questa ottica vedo anche la nascita di G+S

Rahel Bühler

Ovviamente, al di là della spontaneità di gusti associati a un’età particolare, lo sfruttamento commerciale di questi gusti andrà a crescere nel tempo. In effetti, anche se sono certamente più autonomi dai loro genitori di quanto i loro genitori lo fossero essi stessi una generazione prima, il benessere economico generale costituisce una manna che ogni azienda vuole sfruttare. Dietro agli ideali, è il capitalismo che alimenta le «sottoculture» giovanili.
Sul piano politico, la gioventù diventa una vera e propria sfida politica, in continuità ai movimenti del 1968, che si manifesta nell’istituzione di una commissione in seno al Dipartimento degli interni allora diretto da Hans-Peter Tschudi con lo scopo di studiare la questione di una politica svizzera della gioventù. Destinata a durare un anno per fornire una sorta di analisi, all’inizio del XXI secolo continua ad esistere con il nome di «Commissione federale per l’infanzia e la gioventù».
Nel complesso, si può dire che nell’ultimo terzo del XX secolo e ancor più nei primi decenni del XXI secolo, la gioventù viene vissuta in maniera sempre più individualizzata e meno istituzionalizzata. Vi è così una forte tendenza dei giovani a riunirsi in modo più informale e meno continuo. Esistono dunque forti segnali indicanti che dopo una fase di omogeneizzazione, vissuta attraverso la cancellazione (relativa) delle differenze di genere, di appartenenza sociale o geografica, negli anni ’90 emergono nuove disparità. Ormai le differenze sociali si evidenziano anche fra i giovani e nei grandi dibattiti politici del nostro tempo.

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